Mirko Orlando
DIALOGHI

26 maggio 2007
Orta San Giulio (NO), Palazzo Penotti-Ubertini

Mirko Orlando: Dialoghi

Quando si deve palare di un’opera d’arte, non si può che cedere ad un tremendo imbarazzo, dato che si è consapevoli dell’impossibilità di una soluzione finale capace di determinare con precisione la dinamica artistica. Parlare d’arte è quantomeno imbarazzante perché vuol dire palar di nulla. Eppure questo nulla indefinibile, da tempo immemore sorveglia l’agire umano e non solo ne segue i cambiamenti, ma spesso li provoca, proponendosi così come motore maestro del progresso culturale. Una sola cosa è certa; parlare dell’arte, vuol dire palare dell’uomo, ed è per questa ragione che attraverso l’arte possiamo illuminare sotto una nuova luce l’umano, così come osservandolo, possiamo comprendere sotto nuovi orizzonti l’operare artistico. Ecco che allora la parola arte e la parola uomo si trovano unite da un legame indissolubile. Non staremo qui ad analizzare l’intero percorso dell’arte e nemmeno possiamo approfondire completamente la riflessione filosofica che l’argomento richiede, ma possiamo certamente incominciare a gettare qualche ponte che ci possa condurre ad una maggiore comprensione dell’opera in questione; in fondo Dialoghi vive proprio di questa riflessione ed è quantomeno necessario incominciare a penetrarlo attraverso una semplice osservazione sulla processualità artistica. Da sempre due sono i poli che regolano l’umano, due gli orizzonti; il bene ed il male, il sentimento e la ragione, il corpo e l’anima, ecc.. L’arte quindi, come del resto l’uomo, sarebbe ricollegata a queste due polarità, ovvero costituita da una determinante corporea ed un’altra mentale, da una sfera razionale ed un’altra emozionale, ecc.. Non bisogna però credere che tali polarità siano opposte sfere d’indagine in sé conchiuse e determinabili. Sia che si parli dell’arte, sia che si parli dell’uomo, tali polarità sono in verità l’espressione della stessa sostanza e soltanto per un esercizio di semplificazione concettuale da sempre le abbiamo separate. Non sì da corpo senza anima e viceversa, non vi è segno senza contenuto e così vale per il contenuto stesso. Il primo grande errore risiede nel voler relegare la natura dell’arte e dell’uomo ad una sola di queste due polarità. L’arte è ciò che abbraccia l’umano nella sua completezza, ciò che si rivolge alla sua duplice natura, sia emozionale che razionale, ciò che lo investe senza riserve e lo trasporta all’interno d’un dialogo con se stesso e con l’altro, accompagnandolo verso la conoscenza ed autoconoscenza. Un eccessivo formalismo, così come un esasperato concettualismo, porta ad un’errata determinazione artistica. Questi due poli, chiusi nella loro singolarità, si presentano come finestre necessarie dalla quale osservare ed analizzare l’arte, sottolineando nel loro osservare, la necessaria lontananza dall’ente contemplato. La potenza dell’arte è tutta qui, nella possibilità solo a lei concessa di abbracciare l’uomo nella sua interezza, nella sua particolare sostanza capace di dire l’indicibile, poiché si presenta come l’unico linguaggio anarchico ed allo stesso tempo perfettamente equilibrato. Così l’arte trova la sua specificità nell’insostituibilità linguistica, giacché non vi è altro modo di dire ciò che l’opera dice col suo specifico linguaggio. Dialoghi cerca di approdare a questa deriva, cerca di rivolgesi all’uomo nella sua completezza, coinvolgendolo nel labirinto della significazione come nell’astuto gioco della persuasione, del coinvolgimento emotivo. Soltanto quando un’opera riesce ad inorgoglire i sensi e nonostante questo ad essi non si fermi può ritenersi completa, soltanto se dal corpo giunge all’anima dell’osservatore, all’interno della sua intima concezione del mondo, catturando ogni sua riflessione, ogni sua configurazione di senso, soltanto all’ora, quest’opera, può definirsi opera d’arte.

Il problema dello spazio

Dialoghi, è composto da scatti duplici effettuati nel medesimo istante, in sintesi, ci troviamo di fronte a due foto simultanee, una mia in cui figura la modella ed una di quest’ultima in cui figuro io. Ciò che vien reso allo spettatore è l’immagine d’uno spazio totale, in cui si può osservare dall’obbiettivo di entrambi e ricostruire quindi l’intero istante in cui il dialogo linguistico è stato scattato. Da sempre la fotografia, a differenza delle altre arti (esclusa la cinematografia che della fotografia è la perfetta evoluzione sotto il profilo scientifico), subisce un forte legame con la realtà. Una delle prime accuse ad essa posta era proprio questo limite, l’impossibilità di prescindere dal reale. In verità, analizzando l’immagine fotografica, possiamo vedere che questo legame con la realtà, pur sempre innegabile, è quantomeno sottile e di facile soluzione; anzi, proprio questo legame così malleabile permette all’immagine fotografica di trovare la sua specificità e la sua potenza comunicativa. Certo è che ciò che appare nell’immagine, deve essere stato davanti all’obbiettivo, in un certo qual modo quell’istante rappresentato ha avuto realmente luogo ma ciò non pregiudica l’originalità e la liberta espressiva dell’autore poiché la realtà rappresentata, è di diversa fattura da quella che dinnanzi all’obbiettivo si è presentata. Non solo attraverso il gioco delle luci e della sensibilizzazione della pellicola si può trasfigurare la realtà, ma pure attraverso l’inquadratura, la focale utilizzata, insomma la realtà che si presenta al fotografo, è di facile trasfigurazione per l’autore esperto.Il carattere proprio dell’autore, si esprime precisamente in questo conflitto tra la realtà esterna e la propria visione interna del mondo. Il limite ed allo stesso tempo la forza della fotografia, è lo stesso a cui è posto l’uomo, ovvero l’impossibile fuoriuscita dal mondo ma non per questo quest’ultimo deve essere inteso come una cella. Il rapporto uomo mondo, autore e realtà, è il perno centrale dell’espressività fotografica. La fotografia ci permette d’identificare il carattere proteico della realtà, che inabbracciabile nella sua sostanza extra-umana e oggettiva, si può solo cedere come estensione dell’operare e del riflettere umano. Ciò che la fotografia può mostrare (così come ogni forma di riproduzione), non è la realtà nella sua solitudine, ma soltanto la realtà come estensione dell’autore, come prodotto della fagocitazione umana dello spazio esterno. In Dialoghi abbiamo un doppio gioco di estensioni, abbiamo un prima e un dopo l’obbiettivo fotografico, abbiamo una compenetrazione tra due diverse estensioni espressive e quindi tra due diverse realtà unite in un unico e comune spazio. Non si confonde dunque lo spazio con la realtà, ma si assiste allo svolgersi di due differenti realtà all’interno di un unico spazio comune. Ma come abbiamo già osservato, l’errore più grande è quello di voler dividere nettamente le due polarità opposte e così come per l’umano, anche in Dialoghi quest’operazione porta ad un’errata analisi dell’opera. La realtà come estensione dell’uomo è ricollegata alla natura cognitiva ed espressiva dell’uomo che la estende, che la cede alla nostra esperienza, e tale natura è a sua volta determinata dall’esperienza della realtà esterna. L’uomo si forma nello spazio relazionale e a sua volta, inaugura uno spazio aperto come propria estensione. Nel mio intimo modo di aprire un mondo, non si esclude il mondo stesso che abito e neppure tutta quella serie di esperienze vissute che hanno permesso l’emergere della mia personalità. La modella dunque, per ritornare al caso specifico in questione, essendo la mia compagna dal tempo della mia formazione, costituisce un tassello essenziale per la mia intima determinazione così come io lo costituisco per lei. In questo modo, le nostre realtà s’incrociano e dialogano all’interno della comune realtà che ci ha formati e che adesso noi apriamo sotto nuovi orizzonti.

La questione dell’identità

Abbiamo già visto come il dialogo in questione si dispiega come estensione di una duplice realtà strettamente ricollegata alla riconfigurazione dell’unità. Se quindi la realtà è estensione della propria natura, essa è da ricollegare alla propria identità. Qui, nell’indagare nei meandri dell’identità, entra in gioco il dialogo principale. Come osservare la mia identità se non come riflesso nell’altro, nell’aperto che abito? Come venire in contatto con me stesso se non attraverso lo sguardo della mia musa? In questo senso Dialoghi narra l’intimità d’un dialogo complesso, perché racconta l’analisi della propria identità attraverso lo sguardo interessato dell’altro. In un gioco pirandelliano, si consuma l’intreccio d’esperienze e di sguardi che entrambi ci forma e s’esprime l’infinito abbraccio di significazioni che ci relaziona. La modella è qui autrice perché parte integrante dell’autore stesso, così come quest’ultimo costituisce un elemento essenziale dell’identità della modella. Scoprire l’altro, riscoprirsi come riflesso, determinare e determinarsi, tutto questo è raccolto in Dialoghi sottoforma di segno, di traccia, d’estensione del proprio io. La complicità qui è particolarmente serrata, vi è comunione, separazione, co-espressione, ricerca di sé e dell’altro; l’esperienza completa di due persone è qui segnata come gioco di sguardi, come mute parole che tracciano solchi indelebili sulla superficie dell’altro. Qui si espande l’intimità più assoluta, qui si sposano l’interesse concettuale con la pulsione emozionale, qui esiste l’uomo nella sua interezza, nella sua duplice natura percettiva. L’apertura di uno spazio autentico è qui spesa come apertura umanistica, come orizzonte culturale ed emotivo e per questo unico orizzonte capace di determinare l’umano. Il gioco della seduzione diviene gioco d’esperienza, indagine, metodo di conoscenza, estensione emotiva, l’intera ricerca di sé e dell’altro, del mondo e della realtà, è qui espressa nella totalità della sua metodologia, analizzata e comunicata secondo diversi piani d’azione. Ecco l’orizzonte dell’umano, il dialogo tra sé e il mondo. Ecco perché questo lavoro s’intitola Dialoghi, perché l’uomo stesso può determinarsi soltanto come dialogo, perché non si da uomo, identità, singolarità, se non come relazione. Tutto ciò che è, lo è realmente soltanto all’interno dello spazio relazionale, lo è in quanto relazione e l’uomo, come ente tra altri enti, non può sottrarsi a questo principio primo. A differenza degli altri enti però, l’uomo costruisce la sua specificità nel relazionare oltre che nel relazionarsi. La relazione, che è l’essenza d’ogni cosa, è per l’uomo esperienza attiva, perché per lui accessibile, ri-relazionabile. L’uomo è quell’ente che si determina secondo lo spazio che lui stesso determina, per questa ragione è ente attivo nel mondo, perché la relazione non è per lui un ascolto ma appunto un dialogo. L’uomo è gettato nel mondo elle relazioni e si forma secondo lo spazio aperto che esperisce, ma a differenza delle altre presenze passive, l’uomo rifonda il mondo che abita sulla misura delle sue necessità ed è per questa ragione che il motore dell’uomo è l’uomo stesso. Non si da un uomo e un mondo, ma in primo luogo un uomo nel mondo, un uomo che abita un mondo e che nel suo abitare si determina e a sua volta ri-determina lo spazio che abita ri-determinandosi. Questa è la sua magia. Cosa si esprime in Dialoghi allora, se non la ricerca della propria identità, ricerca che si avvale d’uno sguardo attivo, che non può che incontrare nella sua strada un mondo aperto, abitato dall’altro; uno sguardo che in tutto si perde per cercarsi, che tutto abbraccia perché tutto è.

La ricerca dell’unità

Ogni qual volta si parla di sé, inevitabilmente si dice qualcosa di più ampio, qualcosa che non solo riguarda il narratore ma l’intero concetto di uomo. Questa è anche la magia dell’arte, la possibilità di entrare in contatto non solo con l’autore ma tramite esso con l’uomo, col mondo. Inevitabilmente Dialoghi si eleva, dischiude uno scenario che non si limita a narrare il mio rapporto con Hannah ma investe tutta una serie di relazioni che fanno luce sul rapporto uomo-donna per antonomasia. Ciò che in prima istanza vien fuori, è l’equilibrio tra il bisogno d’indipendenza e quello di comunione che regola l’intero agire umano fin dalla nascita e che rimane come colonna portante anche nella maturità. L’individuo si determina a cavallo tra il bisogno d’indipendenza e quello di comunione, due polarità estremamente relazionate che se dissociate comportano gravi erranze della personalità. Una totale indipendenza dall’altro, dalla madre, dal mondo, altro non è che un delirio di onnipotenza che non getta le basi per una salda identificazione della personalità e che trasporta l’uomo nel barato del nulla e dell’indefinito. Allo stesso modo, una totale comunione con l’altro, con lo spazio relazionale, comporta una perdita del centro focale determinando un io incerto, disperdendo il senso del limite e quindi dell’identità personale. Come al solito, l’uomo vive sulla fune che ondeggia tra queste due polarità ed è per questo che la sua determinazione è complessa, perché instabile, perché di volta in volta rideterminabile. Dialoghi mostra l’io, ma anche l’io nell’altro, è indipendenza, ma anche comunione, è in fine oscillazione, equilibrio. La domanda da porci sona allora così:
A cosa porta questo rito dell’oscillazione?
Di che cosa è la dimostrazione?
Ebbene ciò che forma questo rito è la ricerca dell’unità, di quell’essere perfetto che siamo soliti chiamare androgino. Questo equilibrio tra comunione e indipendenza è il terreno sulla quale far camminare l’androgino, l’uno, quella comunione che non esclude l’identificazione dell’io, quell’unità che è tale non perché uno ma perché tutto, perché il tutto è uno e l’uno non è il tutto. L’uno, nella sua determinazione, esclude la relazione perché appunto unità, singolarità. Il tutto invece, si determina uno perché relazione armonica, perché equilibrio e non esclude quindi la relazionalità che è il principio primo dell’essere. L’androgino quindi, non è soltanto figura mitologica ma soprattutto simbolo di un’umanità coesa, armonizzata, umanità qui simboleggiata da due entità, maschile e femminile, che da individui diventano espressioni d’una generalità più vasta. Io sono io ma anche uomo, la modella è se stessa ma anche donna, noi siamo noi ma anche umanità. Così Dialoghi nel narrare la storia personale di due individui simboleggia la relazione umana, si presenta come l’espressione di una strada comune a tutti, in cui poter identificarsi pur senza disperdersi. La ricostruzione dell’uno si presenta allora come la ricostruzione di una intera umanità e ancora una volta la strada per indagare la propria identità, passa dalla terra dell’uomo e l’io si riscopre non solo in ciò che è ma anche in ciò che noi tutti siamo, ed io sono l’uomo e l’uomo sono io e così il bisogno d’indipendenza e quello di comunione si intrecciano armonicamente nell’equilibrio della relazione.

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